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giovedì, 19 novembre 2009

La Carota di Ipanema

Recentemente un caro amico mi fa: tu che ascolti un sacco di musica, mi faresti una compilation di roba brasiliana? E subito dentro mi è partito il sottofondo di  una famosa canzone: mais que nada / questa sera mi son proprio straca (stanca, dal dialetto veronese). Nessun problema, gli ho risposto, e dunque ho rispolverato (letteralmente) il mio traballante mobile dei cd, alla ricerca del materiale da selezionare.

Ci fu un periodo, dieci anni fa circa, in cui mi facevo pesante di saudade, bossanova e voci flebili e calanti, tipiche dei cantanti brasileri. Acquistavo cd a rotta di collo. Fino a poco tempo prima mi ero sparato flebo massicce di acid jazz, genere in cui sono presenti palesi riferimenti ai ritmi, agli odori e ai colori di Copacabana e dintorni. Fu come l'immancabile passaggio dall'erba all'eroina.

E
ntrai all'istante nel tunnel di quel ludico e stupido divertimento, ch'era il cercare di percepire le parole e le assonanze vicine al nostro idioma. I significati raramente collimavano, ma tra le certezze acquisite nella mia esistenza, si inserì ai primi posti quella che in una qualsiasi canzone brasiliana, prima o poi arrivino i lemmi saudasgi, trishti e fica. Quest'ultima scoprii poi, non senza un po' di disappunto, non aver collegamento alcuno con l'organo riproduttivo femminile.

La saudade deve essere decisamente nel dna del popolo di questo paese così bello, vario e controverso. Ho da subito apprezzato che ci fosse questa cultura ben radicata e tanto diversa, ad esempio, dalla nostra così infognata nel melodramma puro. Motivo per cui ho sempre messo la musica lirica, me ne perdonino i cultori, sullo stesso piano della sceneggiata napoletana. In fondo la nostra tradizione melodica è legata a dei concetti che non ho mai considerato sinceri e genuini. Mi vengono in mente certi cantanti napoletani che vanno a struggersi e distruggere cuori (e orecchie) ai matrimoni dei camorristi. Come si fa a non trovare disgustoso, ad esempio, questo trend attuale di attenersi alla formula e alla forma dei buoni sentimenti, come insegna la moccialogia? Diceva bene la Guzzanti in Reperto Raiot, quando parlava del cimitero delle parole. Anche se secondo me bisognerebbe fare i funerali più ai significati delle parole.

Ora, non essendo mai stato in Brasile, né avendo mai conosciuto gente di questo paese, giungo a conclusioni forse un po' superficiali dettate da una profonda ignoranza. Però, documentandomi su santa wikipedia, circa i cosidetti caposcuola del cantautorato brasiliano, scopro che artisti come Veloso o Buarque hanno incontrato, si parla di 40 anni fa, qualche problema per aver affrontato questioni spinose legate alle gravi problematiche socio-politiche del paese e a sesso/sessualità. Ma mentre in Italia gli artisti scomodi (mi viene in mente Umberto Bindi) venivano allontanati fino alla vera e propria emarginazione, i due esempi sopra riportati sono maestri riconosciuti in tutto il mondo, oltreché celebratissimi in patria.

Ecco che in questi giorni sul mio lettore mp3 trionfano il samba e la saudade; me li sparo mentre, mani in tasca, mi muovo in lungo e in largo per questo grigiore tendente al nerastro che permea le strade, gli sguardi e le coscienze. Al punto da non farmi apprezzare il bel cielo blu di questo ultimo periodo. Nell'italica tristezza non vedo davvero nulla di malinconico, romantico o vagamente poetico. Trascorro più tempo possibile barricato in casa, tra le mie luci soffuse di candele e tra le essenze speziate con cui inganno l'odore di smog e stantio che mi provocano nausea, e oggi persino un fastidioso mal di testa.

Tuttavia, in questo momento, l'aria è lietamente appestata dai carciofi che sfrigolano sul fuoco. Li adoro per quel loro sapore amarognolo che diventa dolce e allieta a lungo le papille.

Bom Apetite.


postato da: LaRomagnolaBastarda alle ore 21:45 | link | commenti (5)
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domenica, 15 novembre 2009

Tuistz #1

 Qual è quella cosa che in tanti cercano, ma che in pochi hanno il coraggio di chiedere?

1) il cazzo
2) l'elemosina
3) la titina
4) l'ultimo cd della rettore
5) scusa

postato da: LaRomagnolaBastarda alle ore 22:22 | link | commenti (12)
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martedì, 03 novembre 2009

Ricordati... de che?

Giusto per alleggerire un po' codeste pagine dagli ultimi post legati all'attualità  della scena politica italiana, al cui cospetto le pagine di Eva Tremila paiono austere e pesanti come I Promessi Sposi, vorrei dedicare un post al protagonista dell cosidetto ultimo miracolo cinematografico italiano. Vale a dire quello di un regista tutto italiano, con tanto di coccarda tricolore sul pisello, che è stato "imprestato" nientemeno che all'avida e operosa macchina hollywoodiana, e che già lo ha sfruttato per ben due filmoni di successo. Filmoni che non ho visto in quanto, dopo averne letto le rispettive trame, sono stato colto da una terribile orticaria inguinale, che mi ha causato l'apertura del sacco scrotale e conseguente fuoriuscita di frammenti testicolari che, ahimé, non sono più riuscito a recuperare.

Mr. Mucchino, è di lui che stiamo parlando, giunge al successo con "L'ultimo bacio". Film che vidi all'epoca e che in qualche modo mi riuscì di apprezzare, in virtù del suo differirsi dal tipico e fastidioso provincialismo che pervade un buon 90% delle sceneggiature italiche. Rivedendolo a distanza di anni, ho poi riscontrato essere uno di quei film sì, ok, ben girati e discretamente recitati (ricordo una grande Stefania Sandrelli), ma che dopo una sola volta, grazie ma  abbasta così. Segue quindi una pellicola che ottiene riscontri persino maggiori: "Ricordati di me". Film che nemmeno mi scomodai di pensare di guardare, dopo averne letto la trama, che mi stordì con il suo fetore di immensa bufala andata a male. Una sorta di spaccato sociale sui malesseri del nuovo millennio, sulla voglia di apparire, il potere della televisione, la perdita dei valori e, oddio, dove cazzo sta andando il mondo.

Considerato che "L'ultimo bacio" illustrava abbastanza fedelmente una realtà certamente credibile,  senza però lasciare in sostanza alcun segno utile (salvo quello di gettare nel panico, nella sfiducia  e nella paranoia qualsivoglia coppia serena e sicura del proprio idilliaco menage), mi sono detto che difficilmente quell'ulteriore prova registica potesse sorprendermi in tal senso. Come se non bastasse cominciai a vederne il  trailer ovunque, e fu così che "Ricordati di me" si candidò, nonché aggiudicò (stracciando "La Finestra di Fronte" di Opzetek), il titolo di film più irritante degli ultimi non saprei quanti anni. Inoltre
il Mucchino appariva in svariate ospitate televisive dove, a prescindere dall'emissione vocale simpatica e gradevole quanto un'intera e grassa oca infilata nell'orecchio, sparava minchiate a go-go sul suo film che, a suo dire, fotografava la tipica famiglia nonché società  italiana, la perdita dei valori, le crisi generazionali (di tutte; non se ne salva una) e, non ultima (uhhhhhhh....) questa cazzo di smania di apparire.

Il film, lo vedrò nella sua interezza giusto qualche settimana fa (in virtù di un buono acquisto prossimo alla scadenza, valevole presso un negozio di roba usata, con scelta piuttosto limitata) e mi preparo a rivedere ogni mio possibile preconcetto a suo riguardo. Cosa mostra il film? Sicuramente una buona fotografia, delle belle luci, e la tipica famiglia italiana, messa su da due genitori naturalmente infelici e inariditi, che hanno smarrito i loro sogni (lui da aspirante scrittore è finito sulla scrivania di una finanziaria; lei da attrice teatrale a insegnante), ma abitano pur sempre in uno splendido appartamento ner centro de Roma, che dalla finestra che vedi? Ma er cupolone, ovviamente. I due sfigati hanno chiaramente figliato, e per ben due volte. Uno è il Mucchino jr., che incredibilmente recita una parte in cui è perfettamente credibile: un adolescente né bello né brutto, più brutto che bello, ovviamente sfigato, pieno di fuffa e che parla, cito le parole di sua sister, come se avesse uno straccio in bocca. Due, la sister: un'adolescente bellina, ambiziosa, cinica  e vacca quanto basta, che pattina tutto il giorno seminuda per casa, e la cui massima aspirazione è fare la velina alla televisione. Costei è toccante specie mentre ripete, ammiccante ed ebete davanti allo specchio  insieme all'amichetta anche  lei encefalozoccola, la frase più giusta per impressionare le giurie ai provini. Robe originalissime tipo: "le brave ragazze arrivano in paradiso, quelle cattive arrivano dappertutto; e io sono una ragazza molto cattiva...". Finirà col dare il culo a un povero Taricone (nella parte di uno che è nel giro), per poi scaricarlo per l'affermato (e più utile) presentatore belloccio, cocainomane e figaiolo  interpretato da Enrico Silvestrin.

Nel ruolo dei genitori sciagurati, una riproduzione in cera di Fabrizio Bentivoglio, e un'isterica Laura Morante (la stessa di un suo qualsiasi altro film) con un bell'utero urlante piantato nel cervello. Dulcis in fundo, in una sorta di cameo, una Monica Bellucci nell'unico ruolo vagamente umano, che quasi la fa sembrare Meryl Streep. Costei (la Bellucci, non la Streep) interpreta la parte di una moglie e madre un po' abbacchiata, che vede rinverdire i suoi sogni giovanili quando rincrocia, ad una di quelle tristissime feste tra ex compagni di liceo, il bietolone brizzolato e depresso interpretato dal sosia cane di Bentivoglio. Dopo qualche incontro furtivo e la trasferta scopereccia presso l'immancabile villa sul mare,  i due meditano la fuga dai loro tristi mondi, al fine di coronare il sogno del loro rinverdito amore.

Ma ovviamente nulla può andare per il verso giusto, ed infatti ecco che proprio il giorno della fuga, la Morante, da tempo sospettosa e poi accortasi del tradimiento, si trasferisce (portando troupe e spettatori con sé) direttamente sul set de "L'Esorcista", urlando, vomitando e implorando il marito di leccarle la fica e fotterla come ai vecchi tempi, ma senza successo. Infine le occulte forze del male spingeranno il povero Bietovoglio sotto un'auto, gettandolo altresì nel più profondo dei coma. Intanto la povera Bellucci, con il suo makeup perfection, lo aspetta vanamente e se la pija ner secchio.

Si giunge all'atteso finale, non senza essersi sorbiti delle disperate e umidissime scene al capezzale del disgraziato bietolone fedifrago; Linda Blair Morante, nel mentre trasmutata in Madre Teresa di Calcutta, si dispera pentita, nonché nuovamente innamorata, dedicandosi anima e corpo al povero marito che, tra l'altro, rischia di restare per sempre paralizzato. Nel mentre il Mucchino jr. non rinuncia al suo mega party "maria per tutti, offro io", organizzato da tempo e sponsorizzato dal bancomat ciullato alla madre, con lo scopo di fare colpo su una insipida nanerottola che, ovviamente, nun se lo caca manco de striscio. Da antologia la disperazione del Mucchino jr. quando, terminata la scorta di droga, viene piantato in asso da una cinquantina di veri e grandi amici (gnoma sciapa inclusa) che se ne vanno altrove, tipo a un altro party, sempre per drogarsi a scrocco. Quella zoccoletta della sorella, invece, riesce  finalmente a coronare il suo sogno e, dopo averci messo anima e culo (nonché patonza), diventa la velina che ha sempre sognato di essere, proprio nel programma del suo presentatore e fottitore, il quale non rinuncia a trombarsi, oltre a lei, pure tutte quelle che le capitano a tiro. E a lei,  innocente e  forse innamorata, come anche no, non sta mica tanto bene. Anzi, persino quasi ci soffre. E siccome il sangue è davvero brodo di gallina, comincia ad incazzarsi e a fare urlare l'utero che, come la madre, ha incastonato a mo' di diadema in testa.

Comunque alla fine il padre non resta paralizzato, e nel mentre è giunto nientemeno che il natale. La gaudente famigliola si riunisce quindi per il tradizionale cenone; ovviamente, contagiati dallo spirito santo e natalizio, adesso si amano, si sorridono, si abbracciano, e si dicono come per magia tante frasi carine e vezzose; parrebbero volersi davvero un bene dell'anima. Sembrano ormai lontani i tempi (tre settimane prima?) in cui Mucchino jr.  urlava al papà "non voglio essere un fallito come voi!", oppure quando la zoccofiglia indirizzava alla madre frasucce come "sei solo invidiosa perché io sono giovane e bella!"

Se non fosse che il Bietovoglio, prima del cenone, si rinchiude nel cesso per telefonare di nascosto a Monica Streep, che aveva incontrata ancora una volta (ma guarda un po' i casi della vita), qualche ora prima al supermercato nel tentativo di accaparrarsi gli ultimi pandori.

Durante i titoli di coda, oltre a riscontrare lo svuotamento totale del sacchetto scrotale, ho cominciato a  sparare fregnacce
(più del solito, intendo) con una voce strana che non era la mia; come se mi avessero infilato uno straccio in bocca e arrotato le gengive con una motosega: così, tanto per capire.

postato da: LaRomagnolaBastarda alle ore 12:30 | link | commenti (10)
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giovedì, 29 ottobre 2009

Storie della Cazzia

Sul recente letto di morte (causa antipaticissima influenza), vengo raggiunto telefonicamente dalla Contessa di Tor Pigna (già del Pigneto) e tra un bla e l'altro mette al corrente il sottoscritto, sempre informato al pari di un aborigeno della Nuova Guinea, circa la vicenda scabrosa del signor Presidentedellareggionelazzio. Un tizio che pareva tanto regolare, e che assai piaceva alle mamme e alle nonne, sin dai battaglieri tempi di Mi Manda Raitre. La Contessa è ancora sconvolta mentre mi racconta della di egli regolare famiglia, tra cui, apprendo, una bambina di appena otto anni che si trovava sciaguratamente davanti alla televisione, mentre il papà mostro veniva sbattuto in prima pagina.

La situazione è piuttosto scottante; qui non si tratta di emerite zoccole che giungono, in marcia trionfale di solenni bocchini, al comando di ministeri, né di mignotte semplici in lizza per un posto a Strasburgo. Qui trattasi
di rapporti intercorsi con squallidi e inquietanti individui, veri e propri scherzi o errori della natura, che andrebbero emarginati, se non soppressi.

Senza entrare nei dettagli pruriginosi che offre la vicenda, a me non può fregare di meno, o meglio non resto sconvolto o scandalizzato, che una personalità politica colmi le proprie mancanze in compagnia di ragazze armate di pistola e che indossano il 45 di scarpe. Come del resto poco mi interessa che qualcun altro, magari di risibile statura, si accarezzi la lumaca ormai morta nelle sue varie ville cariche di figa fresca siliconata, e che costui sia, ad esempio, il miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni. In tanti sollevano la questione dell'immagine, del senso del decoro e della moralità; io invece ritengo non si dovrebbe fare distinzione alcuna tra chi utilizza le auto blu per accompagnare la moglie dal parrucchiere o per andare a cena (a scrocco) nel  ristorantino esclusivo vicino Piazza Navona e chi, invece, ne fa ricorso per andarsi a pigliare un cefalo in culo. Che poi la famiglia viva la situazione piuttosto drammaticamente e che il loro mondo incantato ne esca  infranto, pare di un'ovvietà persino irritante.

Ciò che mi preme (esattamente sulla tempia, con conseguente sfarfallio della vicina palpebra) è che episodi come questo accadono nella vita di tutti i giorni, da sempre. E ancora qui tutti a condannare il pervertito, il contro natura, il deviato e quant’altro. Deve aiutare proprio tanta gente, l'osservare altri esseri mentre annaspano in una merda, questa tanta gente pensa, ben più fetida della loro. E andremo avanti così per chissà quanto; continuando ad additare la scelta (ovvio, non giustificabile) di chi  opta per una facciata giusta dietro cui vivere clandestinamente, soddisfando nel mentre certi indisciplinabili pruriti "contro natura".

Questo dopo appena due settimane dalla bocciatura in parlamento di una certa legge. E mi chiedo se e quando, finalmente, arriverà quel giorno; quando la gente si sdegnerà, piuttosto, leggendo frasi  che liberano concetti e come questo:

“Non credo d'esser poi così tanto superficiale quando sostengo che sia i gay, che i trans nonchè i pedofili sono ammalati e vanno curati. Non sono io che vado contro natura, sono loro che sostengono che è una cosa normale la loro depravazione…”
(da un commento in merito alla faccenda, pubblicato poc'anzi su
youtube)

Tirando qualche somma: ad un presidente Usa (sposato con prole) che aveva ripetuti incontri orali con una stagista bastò, giustamente, ammettere ogni cosa e chiedere pubblicamente scusa al suo popolo. In Italia, al più perseguitato di sempre (sposato con prole), basta continuare a negare, a minimizzare, a  censurare, a contro accusare. Atteggiandosi, nel mentre, a invidiato e implacabile tombeur des femmes. Per finire, il traviato immondo che se la spassa col trans, invece, si deve dimettere (più inevitabile che giusto) e va spedito dritto dritto nel peggiore incubo nel quale già comunque si trova.

Vedo già prospettarsi, credo in non più di un paio di anni, il processo riabilitativo. Temo avverrà nell'unica forma al momento possibile:  pentimento, redenzione, cambiamento e trasformazione. Il tutto coadiuvato, magari, dalla scoperta di Gesù o Padre Pio. Oppure l’abbraccio a qualche altra dottrina o fede. Il caso di Lapo Elkann, coinvolto in simili ma ben più drammatiche circostanze, ne rappresenta un ottimo esempio. In un’
intervista
di qualche anno fa egli dichiarò:
“La trasgressione è stata dipinta in tanti modi e maniere. Sicuramente con il tempo molte cose verranno fuori. Io ho commesso un errore e questo errore non l’ho mai negato e non me lo sono mai nascosto. E l’errore che ho commesso è il fatto di aver consumato la mia vita a cocaina...”

La infallibile quanto insostituibile formula del “meglio drogato che frocio”. Certo, per l’attuale vittima sacrificale sarà un po’ più dura. A fronte di prove video, da chi le ha viste dette inequivocabili, ha dovuto confessare il vizietto maledetto. Ma potrà sempre fare leva su una qualche illuminazione mistica, su un nuovo e acquisito senso della vita, oppure dare tutta la colpa alla cara e immancabile cocaina. Si sa, del resto, che ogni eterosessuale che si faccia regolarmente di coca, si trovi prima o poi nella triste e inspiegabile condizione di cercare un po' di calda africa da inserire nel profondo più intimo.

Qualora invece uscirà allo scoperto definitivamente, cercando di pulire la macchia  attraverso la strada dell'impegno civile, magari fiancheggiato da Ronaldinha, la nuova ambigua compagna brasiliana (chiamata così per via di certe cosce da centravanti), gli porgerò le mie scuse e gli  leverò il più sentito degli applausi.

postato da: LaRomagnolaBastarda alle ore 07:30 | link | commenti (14)
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sabato, 24 ottobre 2009

I Like Bukowski

Qualcuno, non ricordo chi, tempo fa sparò un'enorme c... un enorme complimento nei miei  riguardi, sostenendo che il mio stile di scrittura ricordasse, per alcuni versi, quello di Charles Bukowski. Ringraziai, pur non avendone mai letto nulla; consapevole del fatto che venivo accostato a uno degli autori più letti e blasonati del secolo scorso. Le uniche cognizioni o idee che possedevo, erano quelle di uno scrittore che narrava di una vita, la sua, sbandata e on the road, un po' alla Kerouac (che affrontai e, sorry per chi lo celebra, ma io personalmente... yaaaawn), all'insegna dell'alcol, delle donne e del sesso.

Vent’anni fa circa, vidi un film con Mickey Rourke e Faye Dunaway ispirato alla sua vita, e l'impressione che ne ricevetti non fu abbastanza buona da spingermi ad acquistare un suo libro. Il film non mi parve gran cosa, inoltre non amavo Rourke come attore, e il personaggio profilato nella pellicola risultava troppo irreale e irritante. Lo scorso anno acquistai invece il dvd di “Factotum”, dello stesso regista di un film acclamato (che però non ho visto) come “Kitchen Story”. Il film, tratto dal romanzo omonimo di Bukowski, vede come protagonista un appesantito Matt Dillon, nei panni dello scrittore americano, o meglio, del suo alter ego Henry Chinaski. Stilisticamente impeccabile, molto ben recitato, mi trasmise sensazioni e un personaggio completamente differenti. Ironia, sarcasmo, alcol, donne (che si avvincendano tra nuove e vecchie fiamme che ritornano) e la sua prima e reale dipendenza: la scrittura.

Un tipo di mondo e di approccio ad esso che ovviamente non mi può appartenere per natura, anche perché lontano anni luce dalla realtà di questi tempi e di un paese come l'Italia. Inoltre considero che nelle mie rare esperienze di abuso di alcol (da disperazione), ho solo rimediato buchi di memoria temporalmente imprecisabili, dei gran mal di testa post sbornia, del sesso certo non  memorabile e, una volta, persino un potente, quanto meritato e evitabile, cazzottone ben assestato sotto uno zigomo. Non è mai successo che incrociassi qualcuno, come me, buttatosi alla deriva e governato dal pensiero che la vita fosse uno schifo e che il mondo stesse andando a puttane. Ché poi, mentre pensavo quelle cose, per quanto ubriaco fossi, mi sentivo ancor più ridicolo e patetico. Nel mio caso, come credo per molti, l'attaccamento ad una bottiglia sia stata la ricerca del rifugio nel più insincero senso di autodistruzione e nella mescolanza tra i più stupidi e antitetici sensi di autocelebrazione e autocompatimento ("ah ma io sono più forte, io spacco il culo al mondo" e due minuti dopo "non valgo nulla, sono uno zero, tuttavia non credo di meritare tutta questa assurda infelicità").

Tornando al film, al suo termine lo riposi in mezzo agli altri, con l'idea di riconsiderarlo in un futuro. Quell'un futuro è giunto qualche giorno fa; allegato al dvd trovo (l’avevo dimenticato) un libro di suoi racconti (tratti da "Storie di ordinaria follia"), più un ulteriore dvd con un documentario sulla sua vita. Non sentendomi motivatissimo a riguardare subito il film, mi sono gettato sul libro. Il Bukowski scrittore lo trovo certamente piacevole, pur senza folgorarmi per la sua originalità. La narrazione secca e scorrevole mi ricorda a tratti quella di Philip Roth, il mio autore preferito. Il tenore dei racconti, per il resto, è all'insegna di quanto visto attraverso le gesta di Matt Dillon (bravissimo davvero; giusto troppo bellino per impersonare uno scrittore sostanzialmente brutto, orciuto, con un naso enorme e il viso completamente butterato). Banconi di bar, bottiglie di birra che si aprono in loop, whiskey mischiato con acqua, provocazioni, risse verbali, qualche blando tafferuglio, molto sarcasmo e tanta, tantissima fica.

Il suo filosofeggiare (stesso atto di cui accusa tra l'altro Henry Miller e Hemingway; chi a modo suo non filosofeggia nella vita?) è crudo ed elementare. Nessuna metafora di difficile interpretazione, nessun appello a citazioni colte o a sofisticate scuole di pensiero. Una visione della vita persino fanciullesca e incantata. Geniali banalità che mi strappano svariati sorrisi e qualche sonora, grassa risata. La sua gaudente e narcisistica consapevolezza di una scelta di norma criticata e, da sempre, socialmente inaccettabile, mi mette di buon umore. Il documentario infine, dà ampio spazio alla sua maschera, alla sua voce, alle sue parole liberate nel suo parlare flemmatico quanto implacabile; una modalità che rifiuta ogni tipo di censura, se non per mere questioni di comodo. Come quando si presenta per un posto in una fabbrica di sottaceti, e quando gli viene chiesto dal titolare il motivo per cui è interessato a quell'impiego, risponde ché gli ricorda quando la defunta nonna gliene offriva sempre di buonissimi. Inoltre svela i retroscena della sua infanzia non facile, con un padre autoritario e violento e una madre silenziosa e complice, rivelando non senza disagio, il suo lato più scoperto e vulnerabile. Senza mai rinunciare alla sua cinica e beffarda ironia.

Durante le interviste, appare spesso sorridente, ma non esita a mostrare il suo lato più schietto, come quando si incazza per futili motivi, con la compagna che sarà al suo fianco fino al momento della morte,oppure quando ridacchia in faccia a un giornalista che lo accusa (credo io pure erroneamente) di maschilismo e misoginia. La sua morte avviene nel 1994, a 74 anni, nonostante tutti gli eccessi. I medici, secondo lui, sono dei grandi cazzari. Uscito dall'ospedale dopo aver lottato contro un’ulcera mortale, entra nel primo bar che trova. E riprende la sua vita sregolata (o fatta delle sue regole) di sempre: bere, dormire, lavorare se necessario, scopare. E soprattutto scrivere. La sola cosa che gli riesca naturale fare.



postato da: LaRomagnolaBastarda alle ore 06:00 | link | commenti (11)
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