Sul recente letto di morte (causa antipaticissima influenza), vengo raggiunto telefonicamente dalla Contessa di Tor Pigna (già del Pigneto) e tra un bla e l'altro mette al corrente il sottoscritto, sempre informato al pari di un aborigeno della Nuova Guinea, circa la vicenda scabrosa del signor Presidentedellareggionelazzio. Un tizio che pareva tanto regolare, e che assai piaceva alle mamme e alle nonne, sin dai battaglieri tempi di Mi Manda Raitre. La Contessa è ancora sconvolta mentre mi racconta della di egli regolare famiglia, tra cui, apprendo, una bambina di appena otto anni che si trovava sciaguratamente davanti alla televisione, mentre il papà mostro veniva sbattuto in prima pagina.
La situazione è piuttosto scottante; qui non si tratta di emerite zoccole che giungono, in marcia trionfale di solenni bocchini, al comando di ministeri, né di mignotte semplici in lizza per un posto a Strasburgo. Qui trattasi di rapporti intercorsi con squallidi e inquietanti individui, veri e propri scherzi o errori della natura, che andrebbero emarginati, se non soppressi.
Senza entrare nei dettagli pruriginosi che offre la vicenda, a me non può fregare di meno, o meglio non resto sconvolto o scandalizzato, che una personalità politica colmi le proprie mancanze in compagnia di ragazze armate di pistola e che indossano il 45 di scarpe. Come del resto poco mi interessa che qualcun altro, magari di risibile statura, si accarezzi la lumaca ormai morta nelle sue varie ville cariche di figa fresca siliconata, e che costui sia, ad esempio, il miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni. In tanti sollevano la questione dell'immagine, del senso del decoro e della moralità; io invece ritengo non si dovrebbe fare distinzione alcuna tra chi utilizza le auto blu per accompagnare la moglie dal parrucchiere o per andare a cena (a scrocco) nel ristorantino esclusivo vicino Piazza Navona e chi, invece, ne fa ricorso per andarsi a pigliare un cefalo in culo. Che poi la famiglia viva la situazione piuttosto drammaticamente e che il loro mondo incantato ne esca infranto, pare di un'ovvietà persino irritante.
Ciò che mi preme (esattamente sulla tempia, con conseguente sfarfallio della vicina palpebra) è che episodi come questo accadono nella vita di tutti i giorni, da sempre. E ancora qui tutti a condannare il pervertito, il contro natura, il deviato e quant’altro. Deve aiutare proprio tanta gente, l'osservare altri esseri mentre annaspano in una merda, questa tanta gente pensa, ben più fetida della loro. E andremo avanti così per chissà quanto; continuando ad additare la scelta (ovvio, non giustificabile) di chi opta per una facciata giusta dietro cui vivere clandestinamente, soddisfando nel mentre certi indisciplinabili pruriti "contro natura".
Questo dopo appena due settimane dalla bocciatura in parlamento di una certa legge. E mi chiedo se e quando, finalmente, arriverà quel giorno; quando la gente si sdegnerà, piuttosto, leggendo frasi che liberano concetti e come questo:
“Non credo d'esser poi così tanto superficiale quando sostengo che sia i gay, che i trans nonchè i pedofili sono ammalati e vanno curati. Non sono io che vado contro natura, sono loro che sostengono che è una cosa normale la loro depravazione…”
(da un commento in merito alla faccenda, pubblicato poc'anzi su youtube)
Tirando qualche somma: ad un presidente Usa (sposato con prole) che aveva ripetuti incontri orali con una stagista bastò, giustamente, ammettere ogni cosa e chiedere pubblicamente scusa al suo popolo. In Italia, al più perseguitato di sempre (sposato con prole), basta continuare a negare, a minimizzare, a censurare, a contro accusare. Atteggiandosi, nel mentre, a invidiato e implacabile tombeur des femmes. Per finire, il traviato immondo che se la spassa col trans, invece, si deve dimettere (più inevitabile che giusto) e va spedito dritto dritto nel peggiore incubo nel quale già comunque si trova.
Vedo già prospettarsi, credo in non più di un paio di anni, il processo riabilitativo. Temo avverrà nell'unica forma al momento possibile: pentimento, redenzione, cambiamento e trasformazione. Il tutto coadiuvato, magari, dalla scoperta di Gesù o Padre Pio. Oppure l’abbraccio a qualche altra dottrina o fede. Il caso di Lapo Elkann, coinvolto in simili ma ben più drammatiche circostanze, ne rappresenta un ottimo esempio. In un’intervista di qualche anno fa egli dichiarò:
“La trasgressione è stata dipinta in tanti modi e maniere. Sicuramente con il tempo molte cose verranno fuori. Io ho commesso un errore e questo errore non l’ho mai negato e non me lo sono mai nascosto. E l’errore che ho commesso è il fatto di aver consumato la mia vita a cocaina...”
La infallibile quanto insostituibile formula del “meglio drogato che frocio”. Certo, per l’attuale vittima sacrificale sarà un po’ più dura. A fronte di prove video, da chi le ha viste dette inequivocabili, ha dovuto confessare il vizietto maledetto. Ma potrà sempre fare leva su una qualche illuminazione mistica, su un nuovo e acquisito senso della vita, oppure dare tutta la colpa alla cara e immancabile cocaina. Si sa, del resto, che ogni eterosessuale che si faccia regolarmente di coca, si trovi prima o poi nella triste e inspiegabile condizione di cercare un po' di calda africa da inserire nel profondo più intimo.
Qualora invece uscirà allo scoperto definitivamente, cercando di pulire la macchia attraverso la strada dell'impegno civile, magari fiancheggiato da Ronaldinha, la nuova ambigua compagna brasiliana (chiamata così per via di certe cosce da centravanti), gli porgerò le mie scuse e gli leverò il più sentito degli applausi.
Qualcuno, non ricordo chi, tempo fa sparò un'enorme c... un enorme complimento nei miei riguardi, sostenendo che il mio stile di scrittura ricordasse, per alcuni versi, quello di Charles Bukowski. Ringraziai, pur non avendone mai letto nulla; consapevole del fatto che venivo accostato a uno degli autori più letti e blasonati del secolo scorso. Le uniche cognizioni o idee che possedevo, erano quelle di uno scrittore che narrava di una vita, la sua, sbandata e on the road, un po' alla Kerouac (che affrontai e, sorry per chi lo celebra, ma io personalmente... yaaaawn), all'insegna dell'alcol, delle donne e del sesso.
Vent’anni fa circa, vidi un film con Mickey Rourke e Faye Dunaway ispirato alla sua vita, e l'impressione che ne ricevetti non fu abbastanza buona da spingermi ad acquistare un suo libro. Il film non mi parve gran cosa, inoltre non amavo Rourke come attore, e il personaggio profilato nella pellicola risultava troppo irreale e irritante. Lo scorso anno acquistai invece il dvd di “Factotum”, dello stesso regista di un film acclamato (che però non ho visto) come “Kitchen Story”. Il film, tratto dal romanzo omonimo di Bukowski, vede come protagonista un appesantito Matt Dillon, nei panni dello scrittore americano, o meglio, del suo alter ego Henry Chinaski. Stilisticamente impeccabile, molto ben recitato, mi trasmise sensazioni e un personaggio completamente differenti. Ironia, sarcasmo, alcol, donne (che si avvincendano tra nuove e vecchie fiamme che ritornano) e la sua prima e reale dipendenza: la scrittura.
Un tipo di mondo e di approccio ad esso che ovviamente non mi può appartenere per natura, anche perché lontano anni luce dalla realtà di questi tempi e di un paese come l'Italia. Inoltre considero che nelle mie rare esperienze di abuso di alcol (da disperazione), ho solo rimediato buchi di memoria temporalmente imprecisabili, dei gran mal di testa post sbornia, del sesso certo non memorabile e, una volta, persino un potente, quanto meritato e evitabile, cazzottone ben assestato sotto uno zigomo. Non è mai successo che incrociassi qualcuno, come me, buttatosi alla deriva e governato dal pensiero che la vita fosse uno schifo e che il mondo stesse andando a puttane. Ché poi, mentre pensavo quelle cose, per quanto ubriaco fossi, mi sentivo ancor più ridicolo e patetico. Nel mio caso, come credo per molti, l'attaccamento ad una bottiglia sia stata la ricerca del rifugio nel più insincero senso di autodistruzione e nella mescolanza tra i più stupidi e antitetici sensi di autocelebrazione e autocompatimento ("ah ma io sono più forte, io spacco il culo al mondo" e due minuti dopo "non valgo nulla, sono uno zero, tuttavia non credo di meritare tutta questa assurda infelicità").
Tornando al film, al suo termine lo riposi in mezzo agli altri, con l'idea di riconsiderarlo in un futuro. Quell'un futuro è giunto qualche giorno fa; allegato al dvd trovo (l’avevo dimenticato) un libro di suoi racconti (tratti da "Storie di ordinaria follia"), più un ulteriore dvd con un documentario sulla sua vita. Non sentendomi motivatissimo a riguardare subito il film, mi sono gettato sul libro. Il Bukowski scrittore lo trovo certamente piacevole, pur senza folgorarmi per la sua originalità. La narrazione secca e scorrevole mi ricorda a tratti quella di Philip Roth, il mio autore preferito. Il tenore dei racconti, per il resto, è all'insegna di quanto visto attraverso le gesta di Matt Dillon (bravissimo davvero; giusto troppo bellino per impersonare uno scrittore sostanzialmente brutto, orciuto, con un naso enorme e il viso completamente butterato). Banconi di bar, bottiglie di birra che si aprono in loop, whiskey mischiato con acqua, provocazioni, risse verbali, qualche blando tafferuglio, molto sarcasmo e tanta, tantissima fica.
Il suo filosofeggiare (stesso atto di cui accusa tra l'altro Henry Miller e Hemingway; chi a modo suo non filosofeggia nella vita?) è crudo ed elementare. Nessuna metafora di difficile interpretazione, nessun appello a citazioni colte o a sofisticate scuole di pensiero. Una visione della vita persino fanciullesca e incantata. Geniali banalità che mi strappano svariati sorrisi e qualche sonora, grassa risata. La sua gaudente e narcisistica consapevolezza di una scelta di norma criticata e, da sempre, socialmente inaccettabile, mi mette di buon umore. Il documentario infine, dà ampio spazio alla sua maschera, alla sua voce, alle sue parole liberate nel suo parlare flemmatico quanto implacabile; una modalità che rifiuta ogni tipo di censura, se non per mere questioni di comodo. Come quando si presenta per un posto in una fabbrica di sottaceti, e quando gli viene chiesto dal titolare il motivo per cui è interessato a quell'impiego, risponde ché gli ricorda quando la defunta nonna gliene offriva sempre di buonissimi. Inoltre svela i retroscena della sua infanzia non facile, con un padre autoritario e violento e una madre silenziosa e complice, rivelando non senza disagio, il suo lato più scoperto e vulnerabile. Senza mai rinunciare alla sua cinica e beffarda ironia.
Durante le interviste, appare spesso sorridente, ma non esita a mostrare il suo lato più schietto, come quando si incazza per futili motivi, con la compagna che sarà al suo fianco fino al momento della morte,oppure quando ridacchia in faccia a un giornalista che lo accusa (credo io pure erroneamente) di maschilismo e misoginia. La sua morte avviene nel 1994, a 74 anni, nonostante tutti gli eccessi. I medici, secondo lui, sono dei grandi cazzari. Uscito dall'ospedale dopo aver lottato contro un’ulcera mortale, entra nel primo bar che trova. E riprende la sua vita sregolata (o fatta delle sue regole) di sempre: bere, dormire, lavorare se necessario, scopare. E soprattutto scrivere. La sola cosa che gli riesca naturale fare.